Scritti inediti e consigli per gli autori
 

Vite

bobby 29 Feb 2016 18:56
Approfittando che il vicino non è ancora venuto a prendersi il computer

Posto un racconto di qualche anno fa recentemente rimaneggiato.

Non mi convince del tutto

Ditemi che ne pensate


Prima vita


Iniziando la lettura, il geometra Giacinto Sala, come sempre prese a
controllare l'anno di nascita, quello di morte dell'autore e a che età
avesse scritto l'opera. Cominciò allora un minuzioso conteggio fatto
scandendo ad alta voce i decenni, aiutandosi con le dita e sottraendo o
sommando le cifre che superavano l'ultima decina. Al momento lo sfortunato
geometra, era costretto a casa per un’ammonizione di tre giorni ricevuta
dalla Capufficio a cui aveva risposto sgarbatamente pensando fosse la
solita scocciatrice della collega di stanza: Gabriella La Rosa. Inoltre era
afflitto dal solito mal di schiena. L'aveva contratto nell'adempimento del
suo dovere d'impiegato. Giornate intere seduto alla scrivania a sbrigare
pratiche di accatastamento e volture.
Bisogna aggiungere che il mestiere di geometra per lui era stato un ripiego.
Sin da piccolo aveva avuto la passione della scrittura. Negli anni aveva
accumulato pagine su pagine, coperte dalla sua minuziosa scrittura. Dentro
quei fogli ingialliti dal tempo c'era di tutto.
Drammi e commedie, sceneggiature, racconti e poesie. Questo però fino a metà
anni novanta, quando convertito al computer senza passare dalla macchina da
scrivere, meccanica o elettrica, era cessato il flusso cartaceo. Male perché
i supporti magnetici, che si erano susseguiti nel tempo,
quali dischetti, cd e chiavette, su cui per sicurezza aveva salvato tutti i
suoi files, lo avevano, a differenza del fedele supporto di cellulosa,
sempre puntualmente tradito. Aveva recentemente risolto il problema
affidandosi al cielo, come ridendo amava amabilmente spiegare ai suoi
occasionali interlocutori. In realtà più prosaicamente utilizzava la nuvola,
cioè il Cloud.
La domenica precedente invogliato da un timido sole, nel costante grigio
mattutino della Brianza, s'era deciso a riprendere vecchie abitudini. Il
giornale, il caffè nel bar in piazza a due passi dall'edicola e poi una
breve corsa in auto al vicino comune, dove settim*****mente si svolgeva il
mercatino dell'antiquariato. In verità più un mercatino delle pulci più che
altro. Nella piazza del mercato decine di bancarelle esponevano vecchi
oggetti di risulta dagli sgomberi di abbaini e cantinati. Anni prima gli era
capitato di acquistare l'intera collezione dei primi 100 numeri di Urania ad
un prezzo inferiore a quello del mercato dei collezionisti. Dalle pagine dei
vari volumetti, spulciando erano venuti fuori numerosi reperti, quali
cartoline illustrate, bigliettini con su l'elenco minuzioso dei numeri
mancanti da acquistare. Da vari indizi e dalle poche parole strappate al
venditore, il signor Antonio, s'era fatta una sua idea dell'accaduto. Il
vecchio proprietario, appassionato come lui di SF, che in gioventù aveva
potuto acquistare solo saltuariamente qualche rivista di Fs, una volta
adulto e con un discreto tenore di vita, aveva negli anni ricostruito pian
piano l'intera collezione, acquistando sulle bancarelle e dai collezionisti
tutti i numeri mancanti. Alla sua morte però... e si c'era purtroppo un però
e qui è d'obbligo una doverosa pausa giacché questo era il uno dei numerosi
rovelli che affliggeva il nostro. Giacinto si figurava davanti agli occhi
l'intera scena: vedeva il povero vecchio sconosciuto collezionista
abbandonato sul letto di morte, mentre la vedova per niente inconsolabile
frenetica accatastava in instabili pile i polverosi libri di cui da sempre
avrebbe voluto e finalmente poteva disfarsi. Alle ******* gli sorgevano
allora parole ed epiteti, poco riferibili, anche se poi, riflettendoci con
calma addiveniva alla conclusione che in fondo era merito della vecchia
strega se lui stesso alla fine fosse poi venuto in pos***** di una piccola
parte della collezione. Il suo vero timore era che anche alla sua morte, la
compagna ne seguisse l'esempio. Da anni non faceva altro che lamentarsi dei
quattro libri polverosi che portava in casa la domenica, e del tempo perduto
a scrivere inutili poesie, invece di svolgere privatamente l’attività di
geometra. Con le conoscenze che aveva, avrebbe potuto guadagnare molto più
del misero stipen***** statale. Per questo motivo aveva cominciato a spaiare
le collezioni, rivendendo e al caso regalando agli amici, i numerosi volumi
già letti, tenendo solo i più cari e acquistando esclusivamente quello che
gli interessava. Così facendo, però se anche avesse letto, salute e vista
permettendo, un libro al giorno, avrebbe avuto bisogno di almeno altre nove
vite come i gatti, o erano sette ma non divaghiamo, per completarne la
lettura.
Dunque quella domenica mattina di tardo ottobre il nostro protagonista, su
una bancarella anonima, aveva visto un libro di Buzzati, uno dei pochi
autori non strettamente di Sf, di cui amava leggere e possedere i testi, e
se ne innamorò. Era un libro che conteneva alcuni racconti inediti in
volume, ma pubblicati negli anni sul corriere e su varie altre riviste.
Racconti che a lui mancavano.
Quale differenza, pensava tormentandosi, già a soli ventisette anni Buzzati
aveva pubblicato il primo racconto lungo o meglio il suo primo romanzo
breve. Il capolavoro era venuto sette anni dopo col Deserto dei Tartari. Lui
invece, Giacinto, era già tanto se aveva pubblicato tempo prima un
raccontino natalizio sul notiziario parrocchiale. C'era stato a dire il
vero anche il terzo premio vinto al concorso di poesia indetto dalla pro
loco. Poca cosa, la striminzita coppetta raccogli polvere, come affermava la
moglie, faceva bella mostra di se sullo scaffale, tra un romanzo di Alfred
Bester e un'antologia di A. E. Van Vogt. La sua attenzione tornò al libro
che aveva in mano. Sul retro di copertina, color verde smeraldo, in alto a
sinistra sotto il nome evidenziato di Buzzati, spiccava la foto in bianco e
nero, formato tessera, dell'autore. Lo sguardo fu breve perché subito gli
occhi corsero a leggere le date poste tra parentesi: Belluno, 1906 - Milano,
1972. Lasciando da parte per un momento ogni altra cosa, esegui il laborioso
calcolo. Ad alta voce esclamò:
-"Appena sessantasei anni! “ Chissà quali altri capolavori avrebbe potuto
scrivere se la morte non lo avesse prematuramente strappato all’amore dei
suoi cari e dei suoi devoti lettori.
-“E tu, si dico a te, sei sicuro di viverli questi cinque anni che ti
mancano per raggiungere la sua stessa età?” - Ultimamente gli capitava
spesso di parlare ad alta voce, di rivolgersi domande sugli argomenti che
lo angosciavano, e a volte sentiva il soffio della stupidità sfiorarlo,
stringendo in una morsa fredda e dolorosa i ******* La ******* gli pulsava
come se stesse per vomitare il cuore, e la fronte gli si riempiva di un
freddo sudore.
Cliccò sul programma di scrittura, e come al solito inizio dal titolo.

Le nove vite del Cavaliere Amilcare Bernardelli

Prima vita

Il Cavaliere Amilcare Bernardelli, era immobile davanti alla pagina bianca.
Non scriveva al computer ma su un vecchio quaderno dalla copertina nera, con
i bordi rossi e le righe di terza elementare. Ne aveva acquistato in blocco
una cinquantina da un fondo di magazzino di una vecchia cartoleria. La penna
stilografica Pineider, pennino in oro bianco, rigorosamente caricata con
inchiostro blu, regalo dei colleghi nella ricorrenza del suo recente
pensionamento, tentennava tra le dita come fosse un antenna pronta a captare
idee. Ma le idee non venivano. Si grattò il naso, andò a prendere un
bicchier d’acqua e lo sorseggio lentamente. Si asciugò la fronte stempiata
con un piccolo fazzoletto col monogramma. Lo portava nel taschino della
giacca da camera Docce e Gabbana in velluto nero coi risvolti rossi. Ultimo
frivolo regalo regalo della sua ex passata a miglior vita. Nel senso che lo
aveva lasciato per un uomo più giovane e ricco, piccolo industriale della
Brianza che produceva tappi. Sapeva bene dove li avrebbe infilati quei
tappi …
L’idea per il racconto gli era venuta mentre passeggiava con il cane, ma ora
era come se fosse completamente sparita dalla mente.
Non riusciva a concentrarsi per un fasti*****so sottofondo di una voce
femminile.
Forse era la signora del vicino attico che continuamente non faceva che
litigare con il marito.

- Carlo mi senti? - prendi la lista e vai al supermercato, renditi utile,
non stare sempre li a scribacchiare i tuoi insulsi racconti che non leggerà
mai nessuno.

Carlo Adinolfi uscì dalla trance in cui cadeva sempre quando iniziava a
scrivere le sue cose.
Smise subito i panni del geometra in disgrazia, e del dirigente in
pensione.
Soavemente rispose alla donna:
- Mamma, non rompere le palle, ora ci vado, che *******

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