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MIO NONNO DISPERSO IN GUERRA: UNA STORIA VERA, SEPPUR ROMANZATA

pecco 31 Lug 2015 21:36
Sono solo un uomo e ora sono anche un uomo solo. Di me si ricorderà qualche
familiare che mi ha conosciuto e purtroppo o per fortuna anche chi ha avuto modo
di conoscermi poco e niente ma che non potrà mai dimenticarmi perché gli ho
dato la vita. Poi, quando la mia generazione si estinguerà, quando anche mio
figlio non ci sarà più, resterò, come è destino di tutti, nella polvere
della terra e nell'aria del cielo, nella speranza che ciò che ho appreso a
catechismo e fatto mio con la fede sia vero e possa ricongiungermi con chi mi ha
voluto bene, ricambiato, e ha perso le mie tracce troppo presto.

Mi hanno mandato a combattere questa stupida guerra di cui non mi importava
niente. Hanno detto che era per la patria, contro le potenze imperialiste, ma a
me sembra che anche Italia e Germania siano o siano volute essere imperialiste.
Io so solo che ho visto morire i miei amici e commilitoni a migliaia, che la mia
famiglia è lontana e soffre e soprattutto soffrirà per me, che io stesso ho
fatto una vita di stenti che ora, me ne accorgo, sta per finire prematuramente.
Tutto questo per cosa? Può esistere qualcosa che dia un senso a tutto ciò, si
chiami duce, Italia, gloria od onore? Io avrei voluto semplicemente una vita
normale, felice con poco. Avrei voluto vedere crescere mio figlio (ed altri
eventuali: avrei tanto desiderato una femmina!) assieme a mia moglie, un impiego
onesto, una bella casa con un orto curato, la pasta fatta in casa, un bicchiere
di buon vino rosso e la siesta dopo il lavoro. Tutte piccole cose che ora
sembrano enormità, ora che la stanchezza ci toglie il respiro e il gelo ci
irrigidisce le espressioni preannunciando un altro gelo, ben più grave: quello
definitivo della morte, che non tarderà a sopraggiungere. Sono ora in una terra
che non conosco: non è più Italia, ma non è ancora ******* dove dovremmo
andare. Dovremmo, ma non andremo, perché cadiamo come mosche, come birilli e
molti di noi non hanno neanche degna sepoltura. La stanchezza ci induce a
fermarci, il freddo a muoverci per non morire ibernati e così facendo non
viviamo, al massimo sopravviviamo, finché potremo farlo.

Spero solo che queste parole, che affido ai timidi raggi di un sole che pare
imprigionato dal e nel suo destino - come me, come noi - non vadano perse ma che
un domani saranno raccolte e diffuse per far capire che la guerra è sempre un
errore, quando poi la si poteva evitare una terribile responsabilità.

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