Scritti inediti e consigli per gli autori
 

Il Privilegio della Memoria

Gordon Comstock 3 Lug 2015 21:56
Fuori è buio da un pezzo, e lo Stu***** è già deserto quando Didì bussa e fa
capolino nella mia stanza.
«Se non hai bisogno di me io vado…» Continuo a scrivere e le rispondo senza
distogliere lo sguardo dal monitor. «Ok, ci vediamo domani.» Didì sta per
DD, ovvero Dottoressa Daria, la mia praticante. Nel suo curriculum aveva
scritto che voleva fare l’avvocato penalista, e che da tempo era impegnata
come volontaria in una cooperativa sociale che si propone – testuale – di
riabilitare i detenuti attraverso la Cultura. Per questo l’ho presa a
lavorare con me: per toglierle ogni speranza. «Cosa stai scrivendo?» «Una
memoria per GXX. Adesso deve venire la moglie, la faccio firmare a lei»
«Perché a lei e non a lui?» «Eh, poi ti racconto. Fammi finire, che tra
cinque minuti deve arrivare.» «Poi me la fai leggere?» Didì lavora con me
solo da un anno, e ha ancora una sincera voglia di leggere le carte dei
processi. Mi giro di scatto a guardarla, e lei mi sorride.
* * *
Prima di raccontarvi la storia di GXX, devo farvi una confessione: a me non
piace la gente. Eppure faccio l’avvocato. Il penalista, per giunta: io la
gente la devo difendere. Bella contraddizione, no? Mi giustifico dicendo
che io non sono un avvocato, faccio l’avvocato. Devo però ammettere che in
questo mestiere ci sono anche momenti che amo. Ad esempio l’inizio di un
nuovo incarico. E’ un po’ come quando si acquista un libro nuovo: lo si
accarezza, lo si sfoglia, si legge l’incipit e qualche riga a caso e poi si
decide di farsi portare in qualche posto che ancora non si conosce. E’
quello il momento magico: quando è ancora tutto sospeso, e non c’è ancora
spazio per la b*****ità, le frasi fatte, la noia. Con i nuovi clienti è un
po’ la stessa cosa, solo che loro sono peggio dei libri che leggo. Il
piacere della novità lascia presto il posto al fasti***** del già visto. E
poi c’è sempre il problema del farsi pagare. Gli “onorari”! Ah, quella
splendida pagina di Celine!. Ma gli “onorari” sono per me come un
risarcimento. Sì, il risarcimento che la gente mi deve per il contatto
obbligato con la bruttezza loro e delle loro vite. Poi, mi piace scrivere.
Nel mio lavoro mi capita spesso di dover scrivere, anche se non è come
scrivere quello che si vuole. Però mi può capitare di avere un privilegio,
se così si vuole chiamare, che non hanno nemmeno gli scrittori veri. Quale
privilegio? Vi racconto la storia di GXX.

Tutto era iniziato nel solito modo, con una lettera dal carcere.
L’indirizzo del mittente era piazza Filangieri 2, 20123 Milano. Un
classico, nello stradario del dolore. Dentro la busta un foglio azzurro a
quadretti, ovviamente scritto a mano. I meno adusi alla scrittura si fanno
scrivere la lettera dai concellini scrivani, che di proprio non ci mettono
solo la bella calligrafia, ma cercano anche di nobilitare il testo con
ardite costruzioni sintattiche zeppe di parole difficili. Questo foglio
aveva una grafìa incerta, si capiva che l’aveva scritto proprio
l’interessato. Diceva di avere una camera di consiglio tra un mese, che
aveva già fatto la mia nomina (anzi, l’anonima), che mi aspettava a
colloquio. Come fanno tutti, aggiungeva: “per i soldi non ci sono
problemi”. In un angolo in fondo, il numero di cellulare della moglie. Un
sospiro, e la chiamai fissandole un appuntamento per quella sera stessa.

La immaginavo proprio così: piccolina e minuta, gli occhi grandi e
spauriti, con un bambino piangente in braccio. Vent’anni e già sfiorita. Il
giubbottino comprato sulle bancarelle che imita quelli alla moda. Non
sapeva nemmeno bene per quale motivo il marito fosse in carcere. «Da quanto
tempo è dentro, signora?»
«Sono già sei mesi… » Il bambino cercava di toccare tutto quanto stava
sulla mia scrivania. Lei lo tirava indietro. Lui insisteva e strillava. «E
per che cosa?» «Mah, è una cosa vecchia, di quattro o cinque anni fa…»
«Me
la racconti» Lei si sporgeva verso di me, così gli oggetti sulla scrivania
tornavano a tiro del bambino.
«Una rapina, ma lui non…»
«E quanto aveva preso?»
«Solo quattro soldi, lui…» «No, non di soldi. Di condanna. Quanto gli hanno
dato?» «Mah… aveva fatto sei mesi mi pare, poi era uscito.» «Ok, ma poi al
processo quanto aveva preso?» «Mah, non so… però l’avvocato gli aveva
detto
che comunque poi gli davano l’affidamento. Adesso tra un mese ha la camera
di consiglio.» Il bambino si era fissato con il gatto di cristallo, un
fermacarte che mi ha regalato mia moglie. Lui allungava la mano. Io lo
spostavo, Lui strillava. Lei lo rimproverava, ma non troppo. «Va bene
signora, adesso facciamo copia di tutte le carte e poi, dopo che me le sono
guardate, vado in carcere a trovarlo. Lei sabato va a colloquio? Gli dica
che vado da lui la prossima settimana.» Le chiesi un acconto, e lei mi mise
sulla scrivania trecento euro tutti spiegazzati.

* * *
Qualche giorno dopo, quando Didì mi portò le carte che aveva estratto dal
fascicolo in Tribunale, vidi dal suo faccino che persino lei era perplessa
sulla possibilità che GXX potesse davvero essere riabilitato attraverso la
Cultura. Prima il fascicolo dell’esecuzione. Aveva preso tre anni e quattro
mesi in giudizio abbreviato, per una rapina aggravata e tentata violenza *******
fatti accaduti quasi quattro anni prima. Era incensurato senza
altre pendenze, così dopo qualche mese aveva ottenuto i domiciliari, e dopo
un po’ era stato rimesso in libertà. Quando la condanna era divenuta
irrevocabile, anche se la pena residua era già inferiore ai tre anni,
trattandosi di un reato per il quale l’esecuzione non può essere sospesa
era rientrato in carcere. Nel frattempo si era sposato e aveva fatto un
figlio. Non sospettava minimamente di dover un giorno ritornare in carcere
a scontare il resto della condanna. Sembra brutto dirlo, ma occorre essere
realisti: la gente capisce solo la galera, e spesso nemmeno quella. Dal suo
rientro in carcere erano passati sei mesi, quindi gli mancavano ancora due
anni e quattro mesi. Di lì a poco, dinanzi al Tribunale di Sorveglianza si
sarebbe discussa la sua richiesta di scontare la pena residua in
affidamento ai servizi sociali. Poi il fascicolo del processo. Vidi subito
che, al di là del titolo di reato, si trattava proprio di un brutto fatto.

Addì 13 del mese di novembre dell’anno 2009, dinanzi a noi sottoscritti
Ufficiali di PG in servizio presso l’intestata Stazione Carabinieri, è
presente: OKECHUKWU Princess Grace, nata a Lagos (Nigeria) 01/01/1989,
sedicente, in Italia s.f.d., la quale dichiara: Sono in Italia da tre anni.
Sono priva di regolare permesso di soggiorno. Esercito il meretricio nella
zona industriale di …. Mi trovavo nella predetta zona anche verso le ore
03.00 circa del corrente giorno tredici allorquando…

Vi risparmio il frasario da verbale. Sabato notte. Periferia di Milano.
Capannoni industriali, luci al so***** e ******* nigeriane. E’ tardi, è
ora di tornare in stazione; qualcuna già ripone i vestiti del lavoro e le
scarpe con i tacchi alti nei sacchetti di cellophane. GXX e YYY arrivano
con la loro auto, musica tecno a tutto volume. Rumore di freni.
Retromarcia. Frenata. Si abbassa il vetro. Vuoi un passaggio in stazione?
La negra sale. Risate. Una bottiglia di birra vola fuori a infrangersi sul
piazzale vuoto. Pochi metri, poi l’auto si ferma dietro un capannone. Si
contratta. Venti bocca, trenta bocca e ******* YYY si fa fare un ******* GXX
le tira giù le mutande e cerca di *****rla, ma è ubriaco e non gli viene
duro. Lei intanto ha già finito e vuole rivestirsi. Lui dice che con il *******
non ci riesce. Lei senza non vuole. Lui le chiede indietro i
soldi. Lei rifiuta. Allora i due le strappano la borsa e si riprendono i
loro soldi, e anche quelli di altri ******* Lei li insulta e deride GXX
perché non gli viene duro. Lui la stende sul sedile, prende un cacciavite e
minaccia di *****rla con quello. Lei urla. Arriva una macchina che
parcheggia lì vicino. Lei continua a urlare. Loro si spaventano, la buttano
fuori e scappano. Lei riesce a prendere il numero di targa.

* * *

Didì è appena uscita quando arriva la moglie di GXX. Questa volta, grazie
al cielo, ha lasciato il bambino dalla nonna. Si accomoda sulla poltrona in
pelle davanti alla mia scrivania, spalanca gli occhioni da bambina e mi
guarda ansiosa.
«Allora, avvocato…?» «Signora, francamente… non siamo messi benissimo.»
«Ma
questo affidamento dovrebbero darglielo, no? sono passati quattro anni, ci
siamo sposati, è nato lui… il lavoro ce l’ha, io adesso sono sei mesi
che…
se non mi aiuta mia mamma non so come tirare avanti… Almeno i domiciliari.»
Dicono tutti così: almeno i domiciliari. «No, la detenzione domiciliare non
gliela possono dare.» «Perché no? Io sono già andata dai carabinieri a
firmare che lo prendo in casa…» «Per questo tipo di reato non si può, per
legge. O gli danno l’affidamento o altrimenti la condanna se la fa tutta
dentro. E la semilibertà potrà chiederla solo dopo che avrà scontato due
terzi della pena» «Ma lui quanto ha da fare, ancora?» «Signora, come
sarebbe “quanto ha da fare ancora”? Ha preso tre anni e quattro. Sei mesi
li aveva già fatti dopo l’arresto. Sei mesi li ha fatti adesso… gli mancano
due anni e quattro mesi.» «Due anni e quattro mesi??»
«Eh.» «Due anni e quattro mesi? E io come faccio?» «Se in carcere si
comporta bene, se non prende rapporti, ogni sei mesi può avere uno sconto
di quarantacinque giorni…» «Ma glielo dovrebbero dare l’affidamento, no?
Loro non guardano che lui ha una famiglia, un bambino piccolo?» «Signora… a
me piace dire le cose come stanno: non siamo messi bene. Il fatto è brutto,
e la relazione di sintesi non è bella.» «…» «E’ la relazione che gli
educatori del carcere fanno sulla persona del condannato. Serve a far
conoscere la persona al Tribunale di Sorveglianza che deve decidere se
dargli l’affidamento in prova o no.» «Ma lui si è sempre comportato bene.»
«Non vuol dire… Qui dicono che lui non ha mai ammesso la propria
responsabilità. Né al processo né adesso nei colloqui con gli educatori.
Dicono che tende a minimizzare. Che… Aspetti, gliela leggo: “si pone in
posizione conflittuale e di rifiuto verso una rivisitazione dell’accaduto…
ritiene l’attuale carcerazione troppo punitiva… non mostra resipiscenza né
autentica comprensione della gravità del fatto per il quale ha riportato
condanna (n.d.r.: oltre alla rapina aggravata, una tentata violenza *******
mediante il minacciato uso di un cacciavite)… il disvalore della
condotta deviante… personalità poco strutturata e povera di risorse… nei
colloqui con gli educatori strumentalizza la sua situazione familiare
obiettivamente difficile (giovane moglie e un figlio di diciotto mesi) per
rivendicare il preteso diritto ad ottenere la misura alternativa
richiesta…”. Insomma, signora, lei capisce che non è un bel quadro.» «E
cosa possiamo fare?» «Adesso? Poco. Avrebbe dovuto confessare subito appena
arrestato, offrirsi di risarcire il danno, farsi vedere più… insomma:
dimostrarsi pentito, fare del volontariato… porsi con gli educatori in un
altro modo. Adesso è tardi. Se anche gli faccio firmare una dichiarazione
con scritte tante belle cose, si capisce subito che l’ho scritta io, e
quindi non vale niente.» «E allora cosa si può fare?» «Guardi, io ho
preparato una memoria scritta. L’ho fatta a nome suo, signora, come se
parlasse lei per spiegare l’atteggiamento di suo marito e per cercare di
raddrizzare un po’ le cose. Per spiegare perché lui si è comportato in un
certo modo. Per dire che lei nonostante quello che è successo è disposta a
dargli ancora fiducia, e che quindi se la moglie è pronta a dargli fiducia
allora anche il Tribunale può dargliela questa fiducia.»
«Lei cosa dice?» «Dico che ci proviamo… Purtroppo la pianta che cresce
storta bisogna cercare di raddrizzarla quando è piccola, dopo diventa
difficile. Aspetti, adesso gliela leggo. Allora…

"Al Tribunale di sorveglianza di Milano… Memoria difensiva nell’interesse
di, procedimento numero, udienza del. La sottoscritta CCC, nata a,
residente in, moglie di, detenuto a, dichiara: …"

La guardo di sottecchi. Sembra che trattenga il respiro aspettando di
sentire qualche parola magica.

"Ho una relazione sentimentale con GXX da sette anni, da quando ne avevo
quindici. Conviviamo da tre anni, e siamo sposati da due. Stavamo già
insieme nel 2009 quando fu arrestato per la condanna che sta scontando. Lui
è sempre stato restio a parlarmi di questo fatto. Pur ammettendo la sua
colpa me lo ha sempre raccontato cercando di minimizzarlo, descrivendolo
come un episo***** dovuto a qualche bicchiere di troppo (anche se lui non ha
mai avuto problemi di alcool)"

Questo lo scriviamo perché senno’ ci dicono che non è mai andato al
SerT…»

Lei annuisce.

"… e attribuendo la principale responsabilità di quanto accaduto al suo
coimputato, soprattutto con riguardo al reato di natura ******* Credo che
la ragione di questo suo atteggiamento stia nel fatto che lui sa bene come
io la penso nei confronti di chi commette reati come quelli di violenza *******
Tante volte, sull’argomento, io ero stata molto dura nei miei
giudizi sulle pene che meriterebbero queste persone. Credo dunque che abbia
cercato di minimizzare la propria responsabilità per vergogna nei miei
confronti e per paura della mia reazione, per la sua paura di perdermi."

Alzo gli occhi dal foglio. Si è girata verso la finestra e guarda fuori
verso la piazza. E’ tardi, è buio e la piazza è già vuota. Ha gli occhi
lucidi.

"Ultimamente, con l’avvicinarsi della camera di consiglio nella quale si
deciderà sulla sua richiesta di affidamento in prova, ho parlato con
l’assistente sociale, e quello che lei mi ha detto mi ha fatto riflettere
su molte cose. Anche l’avvocato mi aveva detto che il fatto per il quale
mio marito è stato condannato era brutto. Per questo nei giorni scorsi,
quando sono andata a colloquio con lui in carcere, gli ho chiesto di dirmi
le cose come stanno per davvero. Io che non riuscivo a credere (forse non
volevo credere) che lui fosse capace di certe cose, e che mi ero sempre
accontentata di quello che lui mi diceva, l’ho messo alle strette. Gli ho
detto che per continuare la nostra vita insieme era necessaria la massima
sincerità da parte sua."

Non riesco a non guardarla. Così piccolina, in quella grande poltrona di
pelle sembra una bambina. Tira su con il naso.

"Alla mia richiesta di essere sincero con me, lui alla fine quasi piangendo
ha ammesso la propria responsabilità non solo per la rapina alla ******* ma
anche per la tentata violenza ******* che gli era stata
contestata e per la quale è stato condannato. Non mi è stato facile
accettare questa cosa, così come per lui non è stato facile confessarmela,
e ammetto che in un primo momento ho anche pensato di troncare la nostra
relazione."

Cerca un fazzoletto di carta. La vedo asciugarsi gli occhi di nascosto.

"Questi sei mesi di carcere sono stati molto lunghi per entrambi, ma hanno
avuto il merito di metterci davanti alla realtà. Hanno fatto capire a tutti
e due che si deve parlare chiaro e non nascondersi le cose, anche quelle
più brutte. Alla fine ho pensato a tutto il tempo passato insieme, ai tanti
momenti belli. Credo che questi anni nei quali lui si è sempre comportato
verso di me con rispetto debbano pesare più della follia di una sola
notte."

Ora piange in silenzio…

"Adesso che le cose tra di noi si sono chiarite, mi sento ancora più vicina
a lui, che adesso ha bisogno di me più di prima. Io sono disposta a dargli
fiducia e a continuare la nostra vita insieme, e credo che non gli capiterà
mai più di sbagliare."

…e non si da’ nemmeno più la pena di nascondere le lacrime.

"Spero che gli venga concesso l’affidamento in prova e che possa tornare
presto a casa da me e dal nostro bambino. Ora lui sa che io ho fiducia in
lui anche se ha fatto quello che ha fatto, e credo che non tradirà questa
fiducia che adesso, anche più di prima, mi sento di dargli. In fede,
firmato etc. etc."

Poso la memoria sulla scrivania. Lei, sempre rivolta verso la finestra,
guarda la piazza senza neanche vederla e piange quietamente il suo pianto
senza rime*****, le mani abbandonate in grembo, come appesantite dalla
stanchezza di cento generazioni. Tutto nella stanza è silenzio; si può
sentire il ronzio del PC. Vorrei abbracciarla e tenerla stretta per un po’,
senza più parole, non più… ma non posso far altro che fingere interesse per
qualche altra carta nel fascicolo del marito. Quando si volta le offro un
fazzolettino. Mi ringrazia con un filo di voce. Le porgo la memoria da
firmare, e lei la firma con una grafìa ancora bambina. «Avvocato, le ho
portato gli altri duecento euro.» Cerca nella borsa e mi mette i soldi
sulla scrivania.

* * *

A me non piace la gente. Mi piace scrivere. In un certo senso, posso dire
che scrivo per lavoro. Anzi, come vi avevo detto, a volte ho perfino un
privilegio che agli scrittori veri è negato: quello di vedere con i miei
occhi l’effetto che fa quello che scrivo, come nella storia che vi ho
appena raccontato. Il Privilegio della Memoria. Come andò a finire? Il
Tribunale respinse la richiesta di affidamento in prova, e così GXX nominò
un altro avvocato. Lei, dopo quella sera, non la vidi più. Dopo averla
accompagnata alla porta tornai alla mia scrivania e mi misi anch’io a
guardare fuori dalla finestra. La vidi attraversare la piazza in direzione
della fermata dell’autobus, piccola e infelice. Anch’io lo ero.
Nell’uscire
aveva sfuggito il mio sguardo. Capii che adesso mi odiava per quella
intimità forzata che le avevo imposto. Era come se le avessi toccato
l’anima senza chiedere permesso, con un cacciavite.

Saper scrivere; proprio una bella soddisfazione.


--
i-gordon

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