Scritti inediti e consigli per gli autori
 

Il Privilegio della Memoria

Gordon Comstock 3 Lug 2015 21:50
Fuori è buio da un pezzo, e lo Stu***** è già deserto quando Didì bussa e fa
capolino nella mia stanza.
«Se non hai bisogno di me io vado…»
Continuo a scrivere e le rispondo senza distogliere lo sguardo dal monitor.
«Ok, ci vediamo domani.»
Didì sta per DD, ovvero Dottoressa Daria, la mia praticante. Nel suo
curriculum aveva scritto che voleva fare l’avvocato penalista, e che da
tempo era impegnata come volontaria in una cooperativa sociale che si
propone – testuale – di riabilitare i detenuti attraverso la Cultura. Per
questo l’ho presa a lavorare con me: per toglierle ogni speranza.
«Cosa stai scrivendo?»
«Una memoria per GXX. Adesso deve venire la moglie, la faccio firmare a
lei»
«Perché a lei e non a lui?»
«Eh, poi ti racconto. Fammi finire, che tra cinque minuti deve arrivare.»
«Poi me la fai leggere?»
Didì lavora con me solo da un anno, e ha ancora una sincera voglia di
leggere le carte dei processi. Mi giro di scatto a guardarla, e lei mi
sorride.

* * *
Prima di raccontarvi la storia di GXX, devo farvi una confessione: a me non
piace la gente. Eppure faccio l’avvocato. Il penalista, per giunta: io la
gente la devo difendere. Bella contraddizione, no? Mi giustifico dicendo
che io non sono un avvocato, faccio l’avvocato.
Devo però ammettere che in questo mestiere ci sono anche momenti che amo.
Ad esempio l’inizio di un nuovo incarico. E’ un po’ come quando si
acquista
un libro nuovo: lo si accarezza, lo si sfoglia, si legge l’incipit e
qualche riga a caso e poi si decide di farsi portare in qualche posto che
ancora non si conosce. E’ quello il momento magico: quando è ancora tutto
sospeso, e non c’è ancora spazio per la b*****ità, le frasi fatte, la noia.
Con i nuovi clienti è un po’ la stessa cosa, solo che loro sono peggio dei
libri che leggo. Il piacere della novità lascia presto il posto al fasti*****
del già visto. E poi c’è sempre il problema del farsi pagare. Gli
“onorari”! Ah, quella splendida pagina di Celine!. Ma gli “onorari” sono
per me come un risarcimento. Sì, il risarcimento che la gente mi deve per
il contatto obbligato con la bruttezza loro e delle loro vite.
Poi, mi piace scrivere. Nel mio lavoro mi capita spesso di dover scrivere,
anche se non è come scrivere quello che si vuole. Però mi può capitare di
avere un privilegio, se così si vuole chiamare, che non hanno nemmeno gli
scrittori veri. Quale privilegio? Vi racconto la storia di GXX.

Tutto era iniziato nel solito modo, con una lettera dal carcere.
L’indirizzo del mittente era piazza Filangieri 2, 20123 Milano. Un
classico, nello stradario del dolore. Dentro la busta un foglio azzurro a
quadretti, ovviamente scritto a mano. I meno adusi alla scrittura si fanno
scrivere la lettera dai concellini scrivani, che di proprio non ci mettono
solo la bella calligrafia, ma cercano anche di nobilitare il testo con
ardite costruzioni sintattiche zeppe di parole difficili. Questo foglio
aveva una grafìa incerta, si capiva che l’aveva scritto proprio
l’interessato. Diceva di avere una camera di consiglio tra un mese, che
aveva già fatto la mia nomina (anzi, l’anonima), che mi aspettava a
colloquio. Come fanno tutti, aggiungeva: “per i soldi non ci sono
problemi”. In un angolo in fondo, il numero di cellulare della moglie. Un
sospiro, e la chiamai fissandole un appuntamento per quella sera stessa.

La immaginavo proprio così: piccolina e minuta, gli occhi grandi e
spauriti, con un bambino piangente in braccio. Vent’anni e già sfiorita. Il
giubbottino comprato sulle bancarelle che imita quelli alla moda. Non
sapeva nemmeno bene per quale motivo il marito fosse in carcere.
«Da quanto tempo è dentro, signora?»
«Sono già sei mesi… »
Il bambino cercava di toccare tutto quanto stava sulla mia scrivania. Lei
lo tirava indietro. Lui insisteva e strillava.
«E per che cosa?»
«Mah, è una cosa vecchia, di quattro o cinque anni fa…»
«Me la racconti»
Lei si sporgeva verso di me, così gli oggetti sulla scrivania tornavano a
tiro del bambino.
«Una rapina, ma lui non…»
«E quanto aveva preso?»
«Solo quattro soldi, lui…»
«No, non di soldi. Di condanna. Quanto gli hanno dato?»
«Mah… aveva fatto sei mesi mi pare, poi era uscito.»
«Ok, ma poi al processo quanto aveva preso?»
«Mah, non so… però l’avvocato gli aveva detto che comunque poi gli davano
l’affidamento. Adesso tra un mese ha la camera di consiglio.»
Il bambino si era fissato con il gatto di cristallo, un fermacarte che mi
ha regalato mia moglie. Lui allungava la mano. Io lo spostavo, Lui
strillava. Lei lo rimproverava, ma non troppo.
«Va bene signora, adesso facciamo copia di tutte le carte e poi, dopo che
me le sono guardate, vado in carcere a trovarlo. Lei sabato va a colloquio?
Gli dica che vado da lui la prossima settimana.»
Le chiesi un acconto, e lei mi mise sulla scrivania trecento euro tutti
spiegazzati.

* * *
Qualche giorno dopo, quando Didì mi portò le carte che aveva estratto dal
fascicolo in Tribunale, vidi dal suo faccino che persino lei era perplessa
sulla possibilità che GXX potesse davvero essere riabilitato attraverso la
Cultura.
Prima il fascicolo dell’esecuzione. Aveva preso tre anni e quattro mesi in
giudizio abbreviato, per una rapina aggravata e tentata violenza *******
fatti accaduti quasi quattro anni prima. Era incensurato senza altre
pendenze, così dopo qualche mese aveva ottenuto i domiciliari, e dopo un
po’ era stato rimesso in libertà. Quando la condanna era divenuta
irrevocabile, anche se la pena residua era già inferiore ai tre anni,
trattandosi di un reato per il quale l’esecuzione non può essere sospesa
era rientrato in carcere. Nel frattempo si era sposato e aveva fatto un
figlio. Non sospettava minimamente di dover un giorno ritornare in carcere
a scontare il resto della condanna. Sembra brutto dirlo, ma occorre essere
realisti: la gente capisce solo la galera, e spesso nemmeno quella. Dal suo
rientro in carcere erano passati sei mesi, quindi gli mancavano ancora due
anni e quattro mesi. Di lì a poco, dinanzi al Tribunale di Sorveglianza si
sarebbe discussa la sua richiesta di scontare la pena residua in
affidamento ai servizi sociali.
Poi il fascicolo del processo. Vidi subito che, al di là del titolo di
reato, si trattava proprio di un brutto fatto.

Addì 13 del mese di novembre dell’anno 2009, dinanzi a noi sottoscritti
Ufficiali di PG in servizio presso l’intestata Stazione Carabinieri, è
presente:
OKECHUKWU Princess Grace, nata a Lagos (Nigeria) 01/01/1989, sedicente, in
Italia s.f.d., la quale dichiara: Sono in Italia da tre anni. Sono priva di
regolare permesso di soggiorno. Esercito il meretricio nella zona
industriale di …. Mi trovavo nella predetta zona anche verso le ore 03.00
circa del corrente giorno tredici allorquando…

Vi risparmio il frasario da verbale.
Sabato notte. Periferia di Milano. Capannoni industriali, luci al so***** e
******* nigeriane. E’ tardi, è ora di tornare in stazione; qualcuna già
ripone i vestiti del lavoro e le scarpe con i tacchi alti nei sacchetti di
cellophane. GXX e YYY arrivano con la loro auto, musica tecno a tutto
volume. Rumore di freni. Retromarcia. Frenata. Si abbassa il vetro. Vuoi un
passaggio in stazione? La negra sale. Risate. Una bottiglia di birra vola
fuori a infrangersi sul piazzale vuoto. Pochi metri, poi l’auto si ferma
dietro un capannone. Si contratta. Venti bocca, trenta bocca e ******* YYY si
fa fare un ******* GXX le tira giù le mutande e cerca di *****rla, ma è
ubriaco e non gli viene duro. Lei intanto ha già finito e vuole rivestirsi.
Lui dice che con il ******* non ci riesce. Lei senza non vuole. Lui le
chiede indietro i soldi. Lei rifiuta. Allora i due le strappano la borsa e
si riprendono i loro soldi, e anche quelli di altri ******* Lei li insulta
e deride GXX perché non gli viene duro. Lui la stende sul sedile, prende un
cacciavite e minaccia di *****rla con quello. Lei urla. Arriva una macchina
che parcheggia lì vicino. Lei continua a urlare. Loro si spaventano, la
buttano fuori e scappano. Lei riesce a prendere il numero di targa.

* * *

Didì è appena uscita quando arriva la moglie di GXX. Questa volta, grazie
al cielo, ha lasciato il bambino dalla nonna. Si accomoda sulla poltrona in
pelle davanti alla mia scrivania, spalanca gli occhioni da bambina e mi
guarda ansiosa.
«Allora, avvocato…?»
«Signora, francamente… non siamo messi benissimo.»
«Ma questo affidamento dovrebbero darglielo, no? sono passati quattro anni,
ci siamo sposati, è nato lui… il lavoro ce l’ha, io adesso sono sei mesi
che… se non mi aiuta mia mamma non so come tirare avanti… Almeno i
domiciliari.»
Dicono tutti così: almeno i domiciliari.
«No, la detenzione domiciliare non gliela possono dare.»
«Perché no? Io sono già andata dai carabinieri a firmare che lo prendo in
casa…»
«Per questo tipo di reato non si può, per legge. O gli danno l’affidamento
o altrimenti la condanna se la fa tutta dentro. E la semilibertà potrà
chiederla solo dopo che avrà scontato due terzi della pena»
«Ma lui quanto ha da fare, ancora?»
«Signora, come sarebbe “quanto ha da fare ancora”? Ha preso tre anni e
quattro. Sei mesi li aveva già fatti dopo l’arresto. Sei mesi li ha fatti
adesso… gli mancano due anni e quattro mesi.»
«Due anni e quattro mesi??»
«Eh.»
«Due anni e quattro mesi? E io come faccio?»
«Se in carcere si comporta bene, se non prende rapporti, ogni sei mesi può
avere uno sconto di quarantacinque giorni…»
«Ma glielo dovrebbero dare l’affidamento, no? Loro non guardano che lui ha
una famiglia, un bambino piccolo?»
«Signora… a me piace dire le cose come stanno: non siamo messi bene. Il
fatto è brutto, e la relazione di sintesi non è bella.»
«…»
«E’ la relazione che gli educatori del carcere fanno sulla persona del
condannato. Serve a far conoscere la persona al Tribunale di Sorveglianza
che deve decidere se dargli l’affidamento in prova o no.»
«Ma lui si è sempre comportato bene.»
«Non vuol dire… Qui dicono che lui non ha mai ammesso la propria
responsabilità. Né al processo né adesso nei colloqui con gli educatori.
Dicono che tende a minimizzare. Che… Aspetti, gliela leggo: “si pone in
posizione conflittuale e di rifiuto verso una rivisitazione dell’accaduto…
ritiene l’attuale carcerazione troppo punitiva… non mostra resipiscenza né
autentica comprensione della gravità del fatto per il quale ha riportato
condanna (n.d.r.: oltre alla rapina aggravata, una tentata violenza *******
mediante il minacciato uso di un cacciavite)… il disvalore della
condotta deviante… personalità poco strutturata e povera di risorse… nei
colloqui con gli educatori strumentalizza la sua situazione familiare
obiettivamente difficile (giovane moglie e un figlio di diciotto mesi) per
rivendicare il preteso diritto ad ottenere la misura alternativa
richiesta…”. Insomma, signora, lei capisce che non è un bel quadro.»
«E cosa possiamo fare?»
«Adesso? Poco. Avrebbe dovuto confessare subito appena arrestato, offrirsi
di risarcire il danno, farsi vedere più… insomma: dimostrarsi pentito, fare
del volontariato… porsi con gli educatori in un altro modo. Adesso è tardi.
Se anche gli faccio firmare una dichiarazione con scritte tante belle cose,
si capisce subito che l’ho scritta io, e quindi non vale niente.»
«E allora cosa si può fare?»
«Guardi, io ho preparato una memoria scritta. L’ho fatta a nome suo,
signora, come se parlasse lei per spiegare l’atteggiamento di suo marito e
per cercare di raddrizzare un po’ le cose. Per spiegare perché lui si è
comportato in un certo modo. Per dire che lei nonostante quello che è
successo è disposta a dargli ancora fiducia, e che quindi se la moglie è
pronta a dargli fiducia allora anche il Tribunale può dargliela questa
fiducia.»
«Lei cosa dice?»
«Dico che ci proviamo… Purtroppo la pianta che cresce storta bisogna
cercare di raddrizzarla quando è piccola, dopo diventa difficile. Aspetti,
adesso gliela leggo. Allora…

"Al Tribunale di sorveglianza di Milano… Memoria difensiva nell’interesse
di, procedimento numero, udienza del. La sottoscritta CCC, nata a,
residente in, moglie di, detenuto a, dichiara: …"

La guardo di sottecchi. Sembra che trattenga il respiro aspettando di
sentire qualche parola magica.

"Ho una relazione sentimentale con GXX da sette anni, da quando ne avevo
quindici. Conviviamo da tre anni, e siamo sposati da due. Stavamo già
insieme nel 2009 quando fu arrestato per la condanna che sta scontando. Lui
è sempre stato restio a parlarmi di questo fatto. Pur ammettendo la sua
colpa me lo ha sempre raccontato cercando di minimizzarlo, descrivendolo
come un episo***** dovuto a qualche bicchiere di troppo (anche se lui non ha
mai avuto problemi di alcool)"

Questo lo scriviamo perché senno’ ci dicono che non è mai andato al
SerT…»

Lei annuisce.

"… e attribuendo la principale responsabilità di quanto accaduto al suo
coimputato, soprattutto con riguardo al reato di natura ******* Credo che
la ragione di questo suo atteggiamento stia nel fatto che lui sa bene come
io la penso nei confronti di chi commette reati come quelli di violenza *******
Tante volte, sull’argomento, io ero stata molto dura nei miei
giudizi sulle pene che meriterebbero queste persone. Credo dunque che abbia
cercato di minimizzare la propria responsabilità per vergogna nei miei
confronti e per paura della mia reazione, per la sua paura di perdermi."

Alzo gli occhi dal foglio. Si è girata verso la finestra e guarda fuori
verso la piazza. E’ tardi, è buio e la piazza è già vuota. Ha gli occhi
lucidi.

"Ultimamente, con l’avvicinarsi della camera di consiglio nella quale si
deciderà sulla sua richiesta di affidamento in prova, ho parlato con
l’assistente sociale, e quello che lei mi ha detto mi ha fatto riflettere
su molte cose. Anche l’avvocato mi aveva detto che il fatto per il quale
mio marito è stato condannato era brutto. Per questo nei giorni scorsi,
quando sono andata a colloquio con lui in carcere, gli ho chiesto di dirmi
le cose come stanno per davvero. Io che non riuscivo a credere (forse non
volevo credere) che lui fosse capace di certe cose, e che mi ero sempre
accontentata di quello che lui mi diceva, l’ho messo alle strette. Gli ho
detto che per continuare la nostra vita insieme era necessaria la massima
sincerità da parte sua."

Non riesco a non guardarla. Così piccolina, in quella grande poltrona di
pelle sembra una bambina. Tira su con il naso.

"Alla mia richiesta di essere sincero con me, lui alla fine quasi piangendo
ha ammesso la propria responsabilità non solo per la rapina alla ******* ma
anche per la tentata violenza ******* che gli era stata
contestata e per la quale è stato condannato. Non mi è stato facile
accettare questa cosa, così come per lui non è stato facile confessarmela,
e ammetto che in un primo momento ho anche pensato di troncare la nostra
relazione."

Cerca un fazzoletto di carta. La vedo asciugarsi gli occhi di nascosto.

"Questi sei mesi di carcere sono stati molto lunghi per entrambi, ma hanno
avuto il merito di metterci davanti alla realtà. Hanno fatto capire a tutti
e due che si deve parlare chiaro e non nascondersi le cose, anche quelle
più brutte. Alla fine ho pensato a tutto il tempo passato insieme, ai tanti
momenti belli. Credo che questi anni nei quali lui si è sempre comportato
verso di me con rispetto debbano pesare più della follia di una sola
notte."

Ora piange in silenzio…

"Adesso che le cose tra di noi si sono chiarite, mi sento ancora più vicina
a lui, che adesso ha bisogno di me più di prima. Io sono disposta a dargli
fiducia e a continuare la nostra vita insieme, e credo che non gli capiterà
mai più di sbagliare."

…e non si da’ nemmeno più la pena di nascondere le lacrime.

"Spero che gli venga concesso l’affidamento in prova e che possa tornare
presto a casa da me e dal nostro bambino. Ora lui sa che io ho fiducia in
lui anche se ha fatto quello che ha fatto, e credo che non tradirà questa
fiducia che adesso, anche più di prima, mi sento di dargli.
In fede, firmato etc. etc."

Poso la memoria sulla scrivania. Lei, sempre rivolta verso la finestra,
guarda la piazza senza neanche vederla e piange quietamente il suo pianto
senza rime*****, le mani abbandonate in grembo, come appesantite dalla
stanchezza di cento generazioni. Tutto nella stanza è silenzio; si può
sentire il ronzio del PC.
Vorrei abbracciarla e tenerla stretta per un po’, senza più parole, non
più… ma non posso far altro che fingere interesse per qualche altra carta
nel fascicolo del marito. Quando si volta le offro un fazzolettino. Mi
ringrazia con un filo di voce. Le porgo la memoria da firmare, e lei la
firma con una grafìa ancora bambina.
«Avvocato, le ho portato gli altri duecento euro.»
Cerca nella borsa e mi mette i soldi sulla scrivania.

* * *

A me non piace la gente. Mi piace scrivere.
In un certo senso, posso dire che scrivo per lavoro. Anzi, come vi avevo
detto, a volte ho perfino un privilegio che agli scrittori veri è negato:
quello di vedere con i miei occhi l’effetto che fa quello che scrivo, come
nella storia che vi ho appena raccontato. Il Privilegio della Memoria.
Come andò a finire? Il Tribunale respinse la richiesta di affidamento in
prova, e così GXX nominò un altro avvocato.
Lei, dopo quella sera, non la vidi più. Dopo averla accompagnata alla porta
tornai alla mia scrivania e mi misi anch’io a guardare fuori dalla
finestra. La vidi attraversare la piazza in direzione della fermata
dell’autobus, piccola e infelice.
Anch’io lo ero. Nell’uscire aveva sfuggito il mio sguardo. Capii che adesso
mi odiava per quella intimità forzata che le avevo imposto. Era come se le
avessi toccato l’anima senza chiedere permesso, con un cacciavite.
Saper scrivere; nuna bella soddisfazione.


--
i-gordon
nik56 27 Set 2015 21:16
Il giorno venerdì 3 luglio 2015 21:50:53 UTC+2, Gordon Comstock ha scritto:
> Fuori è buio da un pezzo, e lo Stu***** è già deserto quando Didì bussa e
fa
> capolino nella mia stanza.

Bella Gordon. Letta fino in fondo. Cosa, ******* che mi capita raramente su sto
******* di internet. Una relazione, ok, ma ottimamente strutturata, e
narrativamente fascinosa.

Nik56

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