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nik56 29 Mar 2015 23:25
alle nove


"Passi da casa stasera?"
Posai il saldatore a stagno nella sua spirale, mi passai il cordless
nell'altra mano.
"Cosa c'è?" Risposi.
Mio fratello non mi invitava mai, andavo e basta. Oppure, più
raramente, lui veniva da me.
"Niente." Disse lui. "Allora, vieni?"
"Certo" Dissi io. "Alle nove?"
"Va bene. Ci vediamo dopo." E chiuse la comunicazione.
Rimasi per un po’ a fissare la scheda che stavo sistemando, poi spensi
la stazione di saldatura e con il tagliaunghie accorciai i contatti
sporgenti del condensatore che avevo sostituito. Erano le diciassette e
trentaquattro. Scesi dal soppalco e andai nel garage, per riposizionare
la scheda di gestione che avevo riparato nella caldaia a gas.
Fuori l'aria si era rinfrescata, ma restava afosa ed opprimente dentro
il locale in penombra. Aprii il rubinetto dell'acqua calda del tinello
e controllai che la caldaia partisse regolarmente.
Funzionava a dovere. Spensi e rimasi qualche minuto ad ascoltare i
ticchettii sommessi dei tubi che si raffreddavano.
Sedevo allo sgabello girevole del banco di lavoro, nella morsa c'era un
pezzo di legno d'abete che avevo fissato il giorno prima, per sagomarlo
con la fresa. Cominciai a stringere la morsa, e le ganasce affondarono
nel legno tenero, facendolo scricchiolare. Accarezzai con le dita i
gonfiori sensuali del legno attorno al metallo e, senza preavviso, il
mondo ebbe una leggera slittata, una vertigine, come quando hai la
febbre forte e giri gli occhi di scatto.
Una sensazione non del tutto spiacevole.
Sentii tintinnare il set di spessimetri sulla rastrelliera. Era un paio
di giorni che si ripeteva il fenomeno, magari era questo che
preoccupava mio fratello, qualche leggera scossa sismica. E' un tipo
apprensivo, ma riserva le sue apprensioni a pericoli marginali che
per altri passano inosservati.
Mi alzai dallo sgabello e uscii dal garage. Ormai era buio, e il faro
ai vapori di so***** del piazzale illuminava crudo il mio giardino
scomposto, il giardino dietro ai muri di cemento armato.
Non avevo nulla da fare, fino alle nove. Ero indeciso, la micia si
strofinava sulle mie caviglie, mi dava testate morbide. La guardai,
aveva la coda ritta e la punta si muoveva nervosa.
Tornai in casa e preparai un quantitativo di caffè leggermente
superiore al solito, che portai sul
soppalco per berlo in animazione sospesa davanti ai monitor.

La caffeina in circolo mi procurava gradevoli punte di ottimismo
indifferenziato e ricadute ansiose,
picchi di voglie indefinite e angosce oscure, un micro-spleen da
attivazione dei neurotrasmettitori.
Una sequenza ordinata e leggermente schizoide di oscillazioni
dell'umore. Alle venti e
quindici iniziai la procedura di spegnimento, e quando i monitor furono
grigi, colpii con il palmo della mano
il largo bottone rosso dell'interruttore d'emergenza industriale al
quale avevo collegato l'alimentazione
degli UPS e gli elaboratori che occupano il lato sinistro della
scrivania in laminato bianco.
O***** gli occhietti dei led nel buio.
Al ronzio delle ventole si sostituì il ronzio più dimesso del sangue
nell'orecchio interno.
Mi alzai dalla poltrona di pelle nera e morbida, accuratizzata per un
uso al quale non era
stata destinata e diedi inizio alla sequenza pre-uscita : controlli di
routine su sistemi, alimentazioni,
interruttori (tre volte),chiavi, documenti, sigari e necessaire per
fumo.
Mentre uscivo attivai gli allarmi a scalare dell'abitazione, rilevatori
interni di movimento, sensori
di prossimità, sensori perimetrali, ripetendo dentro di me la intro
ritmica di "Amore fermati",
di Fred Buongusto, che uso per scandire le operazioni.
Prima di salire sulla bici, accesi le luci anteriori e posteriori, e
attivai il kit di led sui raggi che,
con le ruote in movimento, riproducono l’omino stilizzato -walk\don’t
walk- dei semafori.
Pedalai tranquillo lungo le strade vuote della zona artigi*****e,
saracinesche abbassate e coroncine di led
agli infrarossi delle videocamere di sorveglianza che testimoniavano il
mio passaggio.
Il vago sentore di vernice alla nitro della zona finì presto, giusto il
tempo di arrivare al semaforo
solitario della confluenza sulla statale. Imboccai il largo viale di
condominii della 167, illuminato
da lampade ai vapori di so*****. Sul marciapiede di fronte alla casa di
riposo c'era una donna con un cane,
sotto la luce del faro la faccia bianca e gli occhi due buchi neri. Il
cane stava immobile attaccato
a un guinzaglio lasco, la razza sepolta sotto il grasso, il corpo a
botte sopra le zampe esili.
Rimasero tutt'e due fermi a guardarmi mentre passavo. Arrivato alla
fine del viale, scavalcai la statale
attraversando il ponte che avevano chiuso al traffico da quando un
semiarticolato carico di rottami di ferro
aveva impattato contro il pilone di destra. Le erbacce avevano invaso
le corsie di emergenza,
cosi' viaggiavo al centro strada, tenendo la ruota anteriore sulla
linea di mezzeria, sotto la volta
incombente dei rami di acacia non potati da un paio di anni. Superata
la rampa in salita del ponte, fui
sul tratto in piano, fra le grate di rete zincata ai lati della strada.
Le auto sotto
passavano a ritmo sostenuto, con l'effetto doppler del rombo dei motori
in avvicinamento e in
allontanamento che si confondeva in una imitazione meccanica e
allungata di marosi, come
la registrazione di un evento naturale filtrata, renderizzata,
rallentata e messa in loop, fino a spogliarla di
qualunque valenza di spontaneità casuale. Mentre rallentavo il ritmo di
pedalata e mi avvicinavo
all'inbocco del tunnel di rami della rampa di discesa del ponte, si
ripetè la vertigine che avevo provato
nel garage. Per un attimo sentii la strada sotto le ruote della bici
che vacillava, e pensai che il pilone
stesse per cedere, e che la strada sarebbe caduta di sotto, ed io avrei
visto le luci che si ingrandivano
attraverso le maglie della rete di ******* Durò solo un attimo, e
non successe altro. Mi fermai e misi
un piede per terra.
L'asfalto era solido e sabbioso.
Mi chiesi di dove venisse quella sabbia, non ricordavo di avercela
trovata, le volte precedenti.
Feci ruotare la suola della scarpa sui granuli, mi piaceva come
diminuivano la frizione, il grip.
Ripartii, imboccai la discesa, col riflesso dei led che pulsava sulla
parete di rami.

Quando arrivai in fondo, fuori dal tunnel di acacie, mi fermai e scesi
dalla bici per scavalcare
i plinti di cemento con i quali avevano chiuso l'accesso al ponte.
Anche lì c'era un velo di sabbia.
In piedi sul cubo con l'anello di ferro arrugginito che spuntava al
centro, estrassi il portasigari, e mi accesi
un mezzo toscano. L'asfalto vecchio lucido e liso della rotonda era
percorso da venature di sabbia,
come quelle che si vedono nei film dove ci sono deserti e strade che li
attraversano. Magari un camion
aveva perso il carico, pensai. Magari il vento poteva aver portato la
sabbia anche sul ponte chiuso al traffico.
Fumavo lentamente, spingevo volute di fumo verso le luci della sala
matrimoni a destra della rotonda.
Colori elettrici di neon su balconcini a colonnato e pretenziose aquile
di gesso con le ali spiegate.
Trasportai la bici oltre i plinti, e mi riavviai. Oltrepassai la
rotonda, e presi la strada in leggera salita
che portava in cima alla collina dove abitava mio fratello. Sui
tornanti della strada, ora, le uniche luci
erano costituite dai lampioncini dei vialetti di ingresso delle ville.
Aloni di luce, alternati a destra e sinistra.
Li evitavo, spostandomi con la bici nei coni di penombra. Mi piaceva
pedalare su quella salita. Non
era così ripida da impegnare le gambe e i polmoni, opponeva solo una
resistenza morbida e continua.
Una di quelle salite dove si può pensare. O riuscire a evitare quasi
completamente di farlo.
Quando arrivai sul piazzale del belvedere avevo appiattito quasi del
tutto il tracciato sismico della caffeina
in circolo. Presi la stradina inghiaiata a destra, subito dopo il bar
chiuso da anni, con le imposte color
polvere vecchia, e il terrazzino con il tavolino smaltato e le macchie
di ruggine dove lo smalto era saltato via.
Ai lati del sentiero, per terra, c'erano i faretti a led che aveva
installato mio fratello. Girai intorno al
macchione di corbezzolo e arrivai davanti al cancello. Premetti il
pulsante bianco quadrato del campanello
e mi esibii in una serie di smorfie e passaggi di dita nel naso, a
beneficio dei miei nipoti che sicuramente
mi stavano osservando al sistema di monitor serviti dalle telecamere
sui due pilastrini d'ingresso.
Un motore elettrico ronzò forte e il cancello cominciò a scivolare di
lato,

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nik56

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